Quando percorri una strada di un paese straniero e d’improvviso ti si apre una piazza in fiera che squilla a fanfara con un’orchestra di ottoni, sembra già una cosa un po’ retrò.  Ma poi risuona la doppia campana di un tram in partenza; quando il bigliettaio sbarra il soffietto capisci che sei tornato indietro nel tempo.

Frotte di bambini si sparpagliano con palloncini retti da una stecca leccando caramello trasparente. I padiglioni dietro i tigli sfumacchiano carni e versano da bottiglie ricurve. Un’insegna cilindrica a righe arrotolate ruota sinuosa davanti alla vetrina con riflessi di sedili in pelle e gente ingrembiulata. Al centro della piazza i viottoli ombreggiati incontrano un esperimento sull’elettromagnetismo intitolato ad Alessandro Volta. Le coppie si stringono la mano sotto il chiosco neoclassico mimando loperaio e la kolchoziana. Una lancetta oscilla al centro del frontone: toccando le colonne metalliche misurano la conduzione elettrica paragonandola alla forza della loro unione.

Stampe e fotografie sono sospese su un perimetro di cavi posti sui bordi quadri della piazza. Sul lato corto c’è la stazione fluviale che ha l’aspetto di una perenne nave di ferro, con il quadrante orario sull’albero maestro. Tre omoni di bronzo con la tracolla bellica e il cappello da marinaio guardano il porto antico alla confluenza del fiume.

In mezzo al chiasso indistinto di ogni età, al segno di una piccola donna in tajeur il vociare si dissolve, e la marcia sfuma in un valzer allegro. Un enorme coro di nonne intona melodia, lo spazio si apre, e una coppia dentro scarpe alte e lucide si lascia roteare dal ballo.

E’ in quel momento che mi trovo più o meno sotto al chiosco di Volta con la macchina fotografica. La guardo prima di scattare e mi sorprendo che non sia sia trasformata anche lei in una vecchia Leica.

 

Sto preparando la serie di scatti dedicati alle case ottocentesche russe. Ho recuperato anche tanti ritratti che spero pubblicherò presto.