cippo commerativo nel bosco

Mi sono appassionato alla cronaca nera. Ma non quella contemporanea televisiva, quella del 1821. E’ la storia dietro questo scatto fotografico, una vicenda che mi ha coinvolto emotivamente, complice il caso fortuito che ha concluso la mia piccola ricerca.

In un giorno qualunque di giugno, abbandonata la vespa e fotocamera in spalla, mi sono addentrato nella boscaglia di valle rotana; ho risalito un antico tracciato di una strada medievale, oggi inghiottita dalla macchia. Sul percorso ho trovato una pietra miliare, di quelle che segnavano un tempo le distanze, unica traccia rimasta di una via di comunicazione in uso fino alla fine dell’800.
Sono qui per trovare un cippo con una croce di ferro: memoriale di un atroce massacro accaduto quasi due secoli fa.

Ho recentemente letto un romanzo sul brigantaggio della Maremma “Il fuoco e la polvere, M. Garofalo, Frassinelli, 2019″, una finzione non molto originale che ha il merito però di ricordarci quanto la Maremma ottocentesca somigliasse a quello che chiamiamo il “far west americano”: negli scenari, nella storia, e nella violenza dell’uomo e della natura.
Nei giorni precedenti mi aveva colpito però molto di più una storia realmente accaduta. Dalle mura di Porta Nuova in Grosseto, dove oggi facciamo aperitivi al bar, il 16 novembre del 1822, si assisteva all’esecuzione capitale di un assassino. tramite ghigliottina. I fatti che portarono ad una esecuzione pubblica come non credevo fossero mai accadute nella mia città, sono quelli che in breve ho messo insieme e che di seguito vi racconto.

Un tale Tacchia Giovanni Battista, norcino di professione, ogni inverno veniva in Maremma, a Montepescali. La sua attività di importazione e vendita della carne andava così bene che si portò con se la famiglia, i due figli maggiori, Filippo e Bernando, ed un garzone. Nella stagione aveva messo da parte un bel tesoretto.
Poco più a valle aveva fatto covo la banda detta “dei Barbieri” composta da Luigi Menchini, delinquente dalla malarica salute; Gianneschi lo spione, Felice detto il Gobbo, assassino recidivo anche lui; e le mogli, le figliastre, la cognata. Facevano base all’osteria di Tondicarlo ai piedi del poggio di Montepescali. Oggi è un podere colorato dalle terracotte artistiche esposte sul curvone dell’autostrada prima di arrivare al Madonnino.

Ma quell’attività rendeva poco, e il Menchini maturò l’idea, malsana come le paludi della maremma, che era meglio ammazzare che essere ammazzati da stenti e povertà. Mandata una delle donne a spiare, seppero tutto quanto sufficiente a mettere in pratica il peggior misfatto: il giorno della partenza della famiglia Tacchia, la strada che avrebbero compiuto verso l’umbria, e il bottino che portavano con se: in tutto duemila lire italiane d’oro e d’argento, e un orologio. I banditi quel giorno di giugno si camuffarono, anticiparono il Tacchia sul percorso nelle vicinanze di Batignano, accesero un fuoco e aspettarono il mattino appostati. I Tacchia di buon ora caricarono le bestie e il carro, pregarono e furono salutati dagli amici e dai cittadini di Montepescali. Felici per il faticoso viaggio che li riportava a casa.

Poche ore dopo giacevano assassinati nella boscaglia, tra la polvere della strada che sto percorrendo adesso. Ho letto che i banditi gli conficcarono nelle orbite due garofani, che i cittadini di Montepescali avevano loro messo all’occhiello nei festeggiamenti prima della partenza. Li abbandonarono sanguinanti in questo bosco. Sopravvisse per un mese solo Bernardo che lottó tra atroci dolori. La strada che sto percorrendo si inerpica tra i colli a est di Montepescali, proprio la direzione che avevano preso i Tacchia quella mattina. Nella terra emergono tratti di selciato che in certi punti diventano molto ripidi. Gli assalti dei briganti erano di sicuro facilitati quando i carri tirati dalle bestie si trovavano a faticare le salite più ripide. I Tacchia tornarono a Montepescali, nel cimitero.

Due giorni dopo la polizia aveva già arrestato quasi tutti. Davanti alla Ruota Criminale, alla chiesa di San Pietro, testimoniarono in centottanta. La banda aveva distribuito terrore per tanti altri crimini. Fu trovata la refurtiva in casa e indosso all’accusato. Il processo durò quattro giorni, fu considerato il più famoso e il più grave della Toscana. Si concluse con cinque condanne a morte. Per quattro fu accolta la grazia e furono mandati ai lavori forzati: scalzi, doppia catena alla caviglia, vestiti di colori sgargianti per evidenziarli, e cartello al collo con la didascalia di infamia.

Ma per il Gianneschi non bastava. Il 16 di novembre dal tribunale, nell’attuale palazzo della Provincia, uscirono nella piazza grande (oggi piazza Duomo) di Grosseto, il prete, il boia, gli aiutanti e il condannato. Egli stringeva l’immagine della Madonna, sembrava pregasse. Attraversarono la piazza del duomo e la campana cominciò a scandire rintocchi. Il condannato si mise in ginocchio e ricevette benedizione.  Poi lungo via della Colonnella (oggi il corso), seguito dai soldati fu condotto fino a Porta Nuova. Qui lo bendarono perché non vedesse il luogo della morte, ma fu troppo tardi e svenne. Si riprese ma sentendo ormai vicina la fine pregò a voce più alta. Inciampò sulla scaletta e portato di peso sul palco gridò forte il nome della mamma. Quel giorno dal bastione San Michele, la punta dove oggi si trova la sala Eden erano in centinaia ad assistere dall’alto all’esecuzione. Anche a Grosseto volarono schiaffi dalle mani dei padri ai figli, perché ricordassero e imparassero a vivere.

Al bivio con una apertura tagliafuoco del bosco ho girato a destra. Percorso un breve tratto esposto al panorama: Roselle, Grosseto e i Monti dell’Uccellina all’altra estremità della piana maremmana. Sotto una sughera malformata di tumori, sopra uno scoglio di roccia ecco il cippo con la croce a tre punte.

Ma è la stele che mi riserva la sorpresa più incredibile. Mentre inquadro lo scatto, prima sulla chioma della quercia, la ruggine della croce, poi metto a fuoco sulla pietra che recita una scritta, e una data diventa improvvisamente nitida anche nella mia mente: quel giorno di giugno, senza che ne sapessi niente, era proprio oggi:

“Qui il 16 Giugno 1821 per mano assassina vennero uccisi l’infelici Tacchia: Giovan Battista padre di 60 anni, Filippo figlio 25, Bernardo figlio 20.”

Sono passato dallo stupore al turbamento, poi mi sono presto sentito semplicemente onorato. Ho fatto questa foto e ho pensato che come minimo i Tacchia meritassero una preghiera.

Due risorse che raccontano questa storia e dalle quali ho tratto alcuni spunti sono:

  • Giotto Minucci, L’ultima ghigliottina della Maremma, Firenze, 1986. L’autore di questo libro pose il cippo commerativo in questo luogo, alla fine degli anni settanta.
  • Aldo mazzolai La città murata.