La notte dei pirati di Porto Ercole, che avevo già fotografato altre volte, è l’esempio di come una carnevalata possa apparire – in fotografia – un credibile, drammatico, sanguinoso assalto piratesco.

Come in Maremma ne successero tanti nel XVII secolo. Fu infatti un giorno terribile per il paese, il 12 giugno 1544 in cui il terrore peggiore dei maremmani si materializzò: un’intera flotta ottomana di pirati saraceni con 105 galere, comandata da Khair ad Din detto il Barbarossa, sbarcò come una devastante onda anomala in paese travolgendo, stuprando, incendiando.

Un dramma che nel tempo è stato esorcizzato, cristallizzato parte della storia, sublimato in leggenda e oggi parte del folclore rievocativo. Ma in tempi antichi una messinscena così non susciterebbe di sicuro il buon umore che si respira oggi durante la prima settimana di Maggio a Porto Ercole.

La messa in scena dei pirati ritrova un certo realismo in fotografia: complici i contrasti del buio e dei fari, la nebbia, il fumo. E il bianco e nero.
Lo scatto fotografico torna silenzioso nella sua drammaticità, filtrando tutto: gli schiamazzi dei bambini che giocano, la musica a tutto volume, le risate e le grida di stupore; il tintinnio dei bar sulla spiaggia che servono prosecchi, le dense nuvole di frittura di calamari. Scompaiono dalla percezione.

E l’inquadratura lotta nel cercare di tagliar fuori i coni gelato, le luci quadrate degli schermi dei cellulari, i bastoni e i bracci dei selfie (che all’epoca sarebbero stati facilmente vittime delle sciabole turche), i menù degli happy hour, i gonfiabili, i palloncini luminosi, le luci a led delle insegne, i parabordi degli yacht.

Il risultato è che le maschere di cartapesta, le protesi di gommapiuma, le spade di plastica, le parrucche, le barbe finte, gli uncini di silicone, i cappelli a tricorno di tela, tutto cambia e si trasforma. In fotografia diventa tutto verosimile e sembra di assistere all’inferno di una reale razzia turca del 1600.