Qual’è stata la prima cantina vinicola della nostra storia? Nel territorio dove il vino è un eccellenza è una domanda alla quale dovremmo sapere rispondere. Invece il sito archeologico di cui sto per parlare è quasi sconosciuto. Eppure ha attirato l’attenzione degli archeologi più importanti del paese (come Andrea Carandini) e interesse da tutto il mondo. È la villa delle sette finestre, nel territorio di Cosa.

Se metto insieme fotografia, enologia e archeologia, per me il programma è il massimo. Questo posto è secondo me il sito archeologico più interessante del nostro territorio: per la collocazione panoramica, per magnificenza, per importanza storica legata alla nostra storia produttiva: il vino.

Su una collina in mezzo alla valle d’oro, in località giardino sorge un grande impianto di epoca romana. Non sono solo delle rovine con perimetri di muro, ma un complesso maestoso con 15 arcate che si affacciano sul panorama, un enorme criptoportico praticamente intatto simile a quelli di Pompei o di Villa Adriana; scalinate, portici colonnati, orti, torrette difensive ispirate a quelle di Roma. Certo bisogna saperla anche ricostruire con l’immaginazione. Ma l’esperienza della visita a chi è appassionato di vino e archeologia, è imperdibile.

E’ compresa in una proprietà privata, e la prima volta che l’andai a cercare, non la trovai; riuscii a passarci sopra senza accorgermene. Non perché sia rimasto poco; anzi. E’ nascosta sotto il fianco di una collina, esposta verso il tramonto. Oltrepassando un oliveto e un campo dalla strana forma quadrata, ci si trova di fronte ad un sito monumentale per dimensioni, paragonabile alle grandi ville di Pompei. E’ considerata dagli archeologi la “villa dei misteri” della Maremma, perché proprio come la famosa a Pompei, era una villa rurale, sede padronale e controllo produttivo agricolo.

In epoca imperiale, quando ormai la città di Cosa era in decadenza, in questa valle a forma di V ne esistevano e prosperavano almeno 12. Ville maestose, abitate da decine di schiavi, una sontuosa parte residenziale ornata da mosaici e affreschi, statue e mobili pregiati.

Qui si faceva il vino per l’impero: e in grandi quantità, le sue strutture imponenti e la caserma degli schiavi lo testimoniano. Un vero impianto per la coltivazione delle uve e produzione: non a caso sulla foce dell’albegna esisteva una delle più grandi produzioni di anfore vinarie; e vicinissimo si trova il Portus Cosanus, strategico nel trasporto delle anfore in tutto il mondo conosciuto dell’epoca.

Un modello di produzione intensivo e globale, paragonabile ad un sistema economico capitalistico.

Gli ambienti più interessanti della produzione ospitavano almeno 6 enormi torchi; macchine per la spremitura dotate di grandi leve con una coclea, ancorate a terra e funzionanti grazie ad un meccanismo di giganteschi contrappesi . Si sono conservati la pavimentazione, i fori dai quali scolava la spremitura, i canali di defluizione.

Come la visita di una moderna cantina vinicola, sotto le volte e i cunicoli sotterranei ancora percorribili sembra di sentire il profumo delle vinacce e della fermentazione. La sala che ospitava gli enormi orci, è ancora intatta e visitabile. Sul soffitto si trova ancora il foro dal quale scolava la spremitura.

Ecco le foto e, sopra, un mio schizzo abbastanza fedele che ne ricostruisce l’aspetto imponente. Per lo schizzo mi sono basato sulle pubblicazioni e le piante degli scavi, riconoscere gli ambienti e paragonarli agli scatti fotografici attuali è un passatempo che mi affasscina incredibilmente.

Si possono trovare numerosi reperti e un plastico della villa al Museo Archeologico di Cosa.

Un bellissimo libro che parla delle ricerche è “Settefinestre. Una villa schiavistica nell’Etruria romana” di A. Carandini