A sud del Monte Amiata, nella valle sotto Selvena che guarda il fiora. Da qui il Monte Labbro assume la forma perfetta di una piramide. E scendendo da Selvena un immenso castello domina la valle che incontra il Fiora. Talmente forti le sue mura che è rimasta la fortezza abbandonata meglio conservata in Toscana.

Feste di dicembre. Vado a scoprire questo castello senza incontrare anima viva. Un luogo abbandonato che ha il gran pregio di stuzzicare la fantasia e la voglia di riscoprire il passato. E’ più facile tornare indietro nel tempo, con il pensiero e l’obiettivo, quando le rocce sono ancora franate e coperte di muschio. E le radici ancora affondano vive nelle cripte, i percorsi che si perdono nel bosco senza insegne e senza vialetti.

Dopo secoli di dominazione, dai conti di Sovana, agli Aldobrandeschi di Santa Fiora, il Comune di Orvieto, Siena, gli Orsini di Pitigliano. Il castello è passato sotto il controllo di tanti poteri. Perchè controllava e proteggeva le attività di etrazione di antimonio, allume, argento, mercurio, anticamente chiamato argento vivo. Minerali di immenso valore per la produzione dei metalli, tessuti, coloranti, stampe su pergamena, nella lavorazione delle pelli, nella produzione del vetro e in medicina.

Qui dove sono giunto, c’era una pieve. Ora il bosco arriva a infrangersi fin sotto ai muraglioni rivelando, quasi d’improvviso dietro le fronde, la gigantesca torre pentagonale, accesa dal sole. Mura imponenti che convergono su una gigantesca prua di pietra, dal lato più accessibile del monte dove si trovava l’accesso.

Un presidio protetto di enorme importanza strategica. E il portale d’entrata, dominato dal torrione di guardia, posto sul lato sinistro: in questo modo si era costretti a concedere il fianco destro, cioè quello non protetto dagli scudi.

Poco oltre la boscaglia, fuori le mura, un arco accedeva al borgo dove si trovava la zona artigianale, produttiva e contadina. La guida del Citter è in grado di descrivermi l’aspetto originale di quella che era una vera cittadella. Da qui si arriva costeggiando le mura fino ad un crinale dove la rocca all’improvviso si getta giù: il castello poggia su uno sperone a strapiombo. Da dove le querce si vedono a volo d’uccello, più lontano, le miniere, la valle che guarda giù fino al fiume Fiora.

Il castello è stato abbandonato e riabbandonato, anche in tempi recenti: investimenti per un nuovissimo centro visite sul pendio che conduce alla rocca sono oggi già fatiscenti e probabilmente non sono mai stati utilizzati.

Allontanandomi dopo la mia visita nel borgo fortificato, il tramonto sulla valle è come se accendesse una macchina del tempo: le rovine si ricostruiscono nella mia fantasia come se fossero magicamente proiettate dai raggi arancioni del sole. Che cosi tante volte deve essere stato testimone della vita di questo borgo, nel medioevo a partire dall’800 e per quasi mille anni di storia.

Ecco che sento le grida delle sentinelle, lo spaccare del pietrame, i colpi delle mole, il raglio degli asini da trasporto che risalgono i pendii delle miniere, lo scalpitio dei cavalli della guarnigione, il ritmo battente e i rovesci d’acqua del mulino. Il profumo delle braci è lo stesso di oggi. Vedo i drappi che sventolano sulla torre nord, la vedetta, e il fumo dritto e obliquo dal camino al centro del palazzo padronale.

Se oggi entrate dentro il perimetro del castello, all’interno del monumentale palazzo signorile, guardate le rientranze nel muro oltre i solai, dove poggiavano i camini: le pietre ancora annerite dalla fuliggine di secoli di cucine accese, notti intorno al fuoco, al presidio di un medioevo vivo. Che è esistito e possiamo solo immaginarlo.

Due belle risorse storiche su Rocca Silvana: 1 e 2.

Fotografie aggiunte alla Galleria di Maremma