C’è un filo che lega questi scatti, dalle fabbriche abbandonate di Tivoli al maestoso corridoio sepolto della Domus Aurea nel centro della Capitale. Proprio sotto quelle ciminiere ottocentesche, vecchie industrie cartarie, c’era una centrale; e prima delle turbine idroelettriche che sfruttavano il tuffo dell’Aniene in pianura, c’era una polveriera e prima ancora una ferriera di cannoni napoleonica.

Ma ancora più sotto, proprio dove si trovano i capannoni abbandonati attraversati dal sole sorgeva un’area sacra di epoca Augustea dedicata ad Ercole Vincitore. Un complesso grande quanto la basilica di San Pietro, a pianta rettangolare con un tempio centrale, portici su due piani, un anfiteatro. La via tiburtina che arrivava da Roma ci passava sotto in un’enorme galleria ipogea con botteghe su entrambi i lati, quasi come un’autostrada.

Questa gigantesca struttura dimenticata è riemersa in tempi recenti. E quando, seguendo la musica jazz tra i vicoli notturni mi ci sono ritrovato, nel mirino della mia macchina fotografica rivedevo il passato sepolto di una città incredibile. Colonne e frontoni tra le ciminiere ottocentesche, condotte idrauliche che attraversano colonnati, binari tra le tabernae.

Un’archeologia che mostra tutte le epoche contemporaneamente sembra quasi fantascienza.

Il giorno dopo ho visitato il cantiere di scavi della Domus Aurea. Che ha avuto una sorte analoga, attraversando sepolta il tempo fino al rinascimento e ad oggi. Nelle foto vedete il tunnel della domus che penetra nel buio del passato e lo riporta alla luce. I pochi visitatori con il casco a testa in sù sono incantati dagli stucchi e dalle decorazioni d’oro sulle volte. I fori nelle pareti sono i passaggi che nel rinascimento furono utilizzati per esplorare quelle che si credevano grotte, prima che fossero ripulite dai detriti. Oltre l’oculus della sala ottagonale di Nerone, c’è un giardinetto pubblico della Roma moderna.