Mai partecipato alla processione del Santo Patrono San Lorenzo così da vicino. In alto.

Mi sono reso contro che il santo avrebbe attraversato una prospettiva molto familiare, e lo avrebbe fatto perpendicolarmente avvicinandosi attraversando il corso. Fin sotto le finestre del sindaco. Portandosi dietro quella grata incandescente accessa dalla luminaria, la foglia di palma e il libro con su scritto “Dispersit dedit pauperibus

Nel percorso di ritorno verso il Duomo, inverso a quello che facevano i condannati a morte che invece uscivano da Grosseto verso porta nuova.

E’ La notte afosa di San Lorenzo, con i palloncini e l’odore di letame. Che un tempo si mischiava a quello dello zucchero filato, dei torroni e dei croccanti.

Tutta la processione in un’unica prospettiva. La folla, le vacche, i carabinieri, la croce rossa, la banda, i butteri a cavallo. Incollati ai sederi degli animali, i veicoli spazza strade: i tempi sono cambiati se nella maremma selvatica dei butteri e delle vacche ci vergogniamo a lasciare a terra pochi minuti il letame degli animali.

 Dallo stesso tetto si godevano due diversi istanti: dal caos festante alla quiete assoluta, di una città che in alcuni angoli è ancora un paese.